Matrimonio e diabete

Penso che il matrimonio (degli altri) sia uno degli eventi più difficili da gestire per un diabetico di tipo 1 che utilizza insulina.
Per vari motivi: prima di tutto perché solitamente il pranzo o la cena dura molto di più rispetto al solito, e l’insulina non aspetta le varie portate; in secondo luogo perché diventa molto difficile capire esattamente quanti carboidrati sto ingerendo. E con molto difficile intendo che tiro proprio a indovinare, senza alcun ritegno.

Sabato è stato il mio primo evento di questo calibro da quando ho il diabete di tipo 1. Pensavo fosse tutto più complicato; e invece è filato tutto liscio, o quasi.

Un ottovolante di emozioni.

Quella mattina mi sono alzata con un’ipoglicemia. Non grave, lo stick capillare segnava un 67mg/dl. Comunque abbastanza per farmi sentire rincoglionita per tutto il tempo.

Il matrimonio dei nostri amici era alle 15.30, quindi ho avuto abbastanza tempo per riprendermi. Il problema è stato che da mezzogiorno in poi, praticamente la mia glicemia non si è alzata. Nonostante mia suocera avesse cucinato quattro quintali di pasta e due vagonate di peperonata.

Il tragico dilemma di ogni diabetico. Cosa fare in questi casi? Rischiare l’ipoglicemia in mezzo alla chiesa? Vedere come va un 80mg/dl che scende, seppur lentamente? Ovviamente no.
Mangiare un biscotto sembra sempre la soluzione più adatta. E infatti nel giro di un’ora mi sono trovata a 260mg/dl. Evidentemente stare seduta sui banchi di legno non è un’attività faticosa, e il biscotto ha avuto la strada spianata. Non il massimo, ho dovuto correggere e pregare (ah-ah) di non andare in ipoglicemia. Fortunatamente non è successo.

Situazione pochette: ma chi ha detto che i diabetici non riescono a far stare tutto in pochi centimetri quadrati?

Alle ore 18 è iniziato il buffet. Sono stata fortunata, perché gran parte delle portate prevedevano una bassa dose di carboidrati e un’alta dose di grassi. Ho mangiato dunque burrate, stracciatelle, mozzarelle, ricottine, pomodori, olive, sapendo che li avrei dovuti contare qualche ora dopo per il bolo del pasto.

Tutto andava per il verso giusto. Poi sono concessa un cono di verdure fritte. Lo so, non avrei dovuto farlo. E infatti la glicemia ha iniziato a risalire, fortunatamente non a livelli esagerati. La frittura è sempre la frittura: non si può rinunciare.

Da qui in poi ho commesso due errori. Il primo: non dividere il bolo in due. Il secondo: non bere praticamente niente al di fuori del vino.

Libre in pendant con il vestito giallo. Miao miao sporco di colla.

Il primo errore mi ha portato in ipoglicemia prima che arrivasse il dolce. Avevo contato il primo, il secondo, i grassi che probabilmente avevano ancora bisogno di tempo, e… ho deciso di fare 2 unità in più per coprire l’assaggio di torta. Ancora prima di iniziare a mangiare la pasta.

Non seguite il mio esempio, perché questa non è mai una buona idea: il dolce arriverà ore dopo, e l’insulina sarà ormai in circolo, lenta e inesorabile, ligia al dovere. Inoltre non fate come me, e non dimenticatevi che a questi eventi si balla. Ebbene sì: e quando si balla la glicemia scende. E quando la glicemia scende non è mai bello.

Chi l’avrebbe mai detto, Michela?

Ovviamente dire che scende è un eufemismo. La glicemia è precipitata, giusto in tempo per il taglio della torta – che era buonissima, al contrario di molte torte di matrimonio che io ricordi. Glucosprint e crema, uniti alla danza e ai superalcolici, hanno stabilizzato definitivamente la curva, che è rimasta pressoché invariata per il resto della serata.

Sarebbe potuto andare meglio? Sì, sicuramente. Ma sono contenta di essere riuscita a gestire il diabete con tantissime variabili, un vestito giallo super ingombrante, in mezzo a persone che probabilmente non avevano mai visto un sensore in tutta la loro vita.
Non pretendo di avere linee piatte durante queste giornate. Per me è fondamentale godermele al massimo, mangiare tutto ciò che voglio e quando voglio. Tutto il resto, almeno per un giorno, rimane di contorno.

Che sbarbina raga.