Diecimiladuecentoventisette giorni.

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2017, Gennaio. La mia faccia sbattuta di fronte allo specchio dell’ascensore.
Sono sola, è quasi l’ora di pranzo. Ho la prima visita, quella in cui mi spiegheranno cosa sarà d’ora in poi. Ho dimenticato il libro che sto leggendo in camera. Il mio corpo – che prima di allora non avevo mai considerato un alleato, quanto piuttosto un mezzo per raggiungere svariati fini e piaceri – ha ceduto.

Ha ceduto di fronte alla stessa malattia che mio fratello ha da anni, e che è stata lì ad osservarmi per un periodo lunghissimo. Quattro iniezioni al giorno. Ha ceduto ma nessuno sa per quale motivo. E’ una di quelle cose per cui non c’è una cura, ma solo una terapia.
La mia faccia sbattuta di fronte allo specchio, il pile a collo alto per coprire le cicatrici sul collo. Senza saperlo sto già imparando il peso delle singole parole che mi accompagneranno per il resto della vita.

Paul Auster: «Non puoi vederti. Conosci il tuo aspetto grazie agli specchi e alle fotografie, ma là fuori nel mondo, mentre ti muovi tra gli esseri umani tuoi simili, che siano amici o estranei o i tuoi cari più cari, il tuo volto ti è invisibile. Puoi vedere altre parti di te stesso, braccia e gambe, mani e piedi, spalle e busto, ma solo da davanti, di schiena nulla tranne il retro delle gambe se le giri nella posizione giusta, ma la tua faccia no, la faccia mai, e alla fine – almeno per quanto riguarda gli altri – la tua faccia è quello che sei, il dato essenziale della tua identità.»

Sorrido a me stessa ma non mi piace quello che vedo. La mia faccia. Sono sempre stata così? Ho sempre avuto questi capelli, stopposi, pesanti? Ho sempre avuto la pelle così grigia, le mani così raggrinzite? Questo è il dato essenziale della mia identità?

Sono diversa. Non so ancora in cosa, ma lo posso vedere dalla forma degli occhi. Una volta ho letto che la nostra immagine riflessa allo specchio è differente rispetto a ciò che vedono gli altri: quindi questa non sono io, in questo ascensore. Ma non posso non esserlo.

2019, oggi. Tra qualche giorno sarà il mio ventottesimo compleanno. Mi rendo conto che più passa il tempo, più mi domando qual è stato l’impatto che ho avuto nel mondo. Poi un ricordo, improvviso. Pisa, piazza dei Cavalieri, 2015. Nel muro della chiesa di Santo Stefano, inchiostro nero: «passiamo sulla terra / leggeri.»
A volte mi sembra di essere passata leggera, in punta di piedi. Fino a quel giorno in cui sono uscita dall’ospedale.

In quel momento ho iniziato a sentire il rumore delle scarpe sull’asfalto.

Paul Auster. «Tutti siamo estranei a noi stessi, e se abbiamo nozione di chi siamo è solo perché viviamo negli occhi degli altri.»

Niente più di una malattia cronica ti costringe a capire finalmente che il tuo corpo è intrinsecamente connesso alla tua mente, al tuo modo di essere, al tuo carattere. Al modo in cui ti rapporti con tutto ciò che ti circonda. E io ho sempre odiato il mio corpo, fino a quel giorno in cui ho osservato il mio riflesso allo specchio.

E’ che prima di allora non l’avevo mai saputo. Semplicemente, mi guardavo allo specchio e distoglievo lo sguardo. Tutti questi pensieri erano già dentro di me, in attesa di essere capiti. E forse ci voleva una malattia cronica per farmi realizzare che tutto sarebbe cambiato, ma io comunque sarei rimasta in ogni caso quello sguardo riflesso sullo specchio dell’ascensore.

Non ricordo cosa ho pensato, nessun monologo interiore è rimasto impresso nella mia memoria, eccetto due parole: sono qui.

ENG

Tenthousandtwohundredandtwentyseven days.

January 2017. My face on the elevator mirror.

I am alone, it’s almost lunchtime. I have the first appointment, the one in which they will explain to me what my life is going to be from now on. I forgot the book that I’m reading in my room. My body – since now I never considered my body an ally, rather than a mean to reach an end – surrendered.

It surrendered facing the same illness that my brother has. It was there, waiting for me, all this time. Four shots a day. It surrendered but nobody knows why. It’s one of those things without a cure, there is just a therapy, they said.
My face in front of the mirror, the high-neck sweater to cover the scars. I learned that every single word has a weight. Something that will stay with me for the rest of my life.

Paul Auster: «You can’t see yourself. You know what you look like because of mirrors and photographs, but out there in the world, as you move among your fellow human beings, whether strangers or friends or the most intimate beloveds, your own face is invisible to you. You can see other parts of yourself, arms and legs, hands and feet, shoulders and torso, but only from the front, nothing of the back except the backs of your legs if you twist them into the right position, but not your face, never your face, and in the end – at least as far as others are concerned – your face is who you are, the essential fact of your identity.»

I smiled at my reflection on the mirror, but I didn’t like what I see. My face. It’s really me? Are those my hair, dark and heavy? Is this my skin, are those my hands? Is this the essential fact of my identity?

I was different. I didn’t know how, but I saw that in my eyes. I read once that our image in the mirror is different from what other people see: this reflection is not me, it’s not me in this elevator. But it actually is me.

2019, today. In a couple of days I will turn 28. I ask myself what’s my reflection on the world around me. Then, I remember something. Pisa, piazza dei Cavalieri, 2015. In the wall outside the Santo Stefano Church there is something written in dark ink: «we walk on the earth / shallow».
Sometimes I feel that I am walking light on this earth, with the tip of my toes. Until that day, when I finally left the hospital.

Nothing more than a chronic illness forces you to understand that your body is connected with you mind, even if you don’t want to. Your body is the way you are, your personality, your way to live. It’s your reflection on the world. I always hated my body, until that day, when I smiled at the reflection on the elevator.

I never knew until then. I was looking at mirrors and I immediately looked away. Justs a quick glance. All these thoughts were inside me, waiting. Type 1 diabetes made me realize that everything was about to change, but I will always be the same eyes on the mirror.

I don’t rememeber my stream of consciousness, I don’t remember my internal monologue. I just remember three words: I am here.