On the road: sognando l’Islanda

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Tra esattamente 20 giorni partirò per l’Islanda. Dato che userò auto e aereo, ho deciso di ridurre al massimo tutto il resto, partendo con un bagaglio quasi-minimalista e cercando di non portare con me plastica inutile. E non comprarla una volta lì. Missione impossibile, dato che in tutto ciò subentra anche la mia malattia cronica.

Ma andiamo per ordine.

Starò via 12 giorni, di cui 10 in campeggio. Qui si presenta il primo problema: non sono sportiva (chi mai l’avrebbe detto, non lo ripeto mai a nessuno) e non ho abbigliamento sportivo eccetto canotte e pantaloncini da trekking estivo. Ma in Islanda fa freddo. Anche in Agosto. Molto freddo.

Di conseguenza ho dovuto aprire l’armadio e tirare fuori tutto ciò che potrebbe somigliare a qualcosa di vagamente sportivo: alla fine ho scelto due maglioni, di cui uno di lana rossa fatto da mia nonna a mano. Giuro, se fosse nero, meno orrendo e se abitassi al polo, lo utilizzerei. Il problema è che è così grosso, che tantovale mettere una pecora merino addosso, intera e viva.

L’unica cosa che ho avuto bisogno di comprare è il giubbotto. Ebbene sì, io sono un’amante dei cappotti. Quelli di panno che ti fanno sembrare un essere umano e non l’omino del gommista. Cappotto anche con zero gradi. Anche in Germania. Ovunque cappotto.
Non esattamente il massimo per il campeggio in mezzo ai geyser.
In questo caso allora ho deciso a malincuore di prendere una giacca sportiva, ma che posso utilizzare anche durante il prossimo inverno (e tutti quelli successivi). Non è il mio stile, ma potrei abituarmici. Potrei quasi diventare sportiva. E iscrivermi in palestra. O forse no.

Per il resto riutilizzerò tutto quello che ho già: leggings, magliette, zaino e sacco a pelo. Porterò la mia borraccia (l’acqua in Islanda è potabile e buonissima ovunque) e dei conenitori per pranzare in giro. Sono alla ricerca di un paio di shorts e qualche canotta, ma vorrei rifuggire al fast fashion, e per ora non ho avuto successo.

Un punto dolente, soprattutto dopo l’esperienza in Giappone, è il cibo. I giapponesi amano la plasica. Più strati sono, meglio è. Qualcosa mi dice che gli islandesi non sono da meno (con “qualcosa” intendo: qualsiasi foto e video su internet). Sul lato diabete, so già che dovrò improvvisare fantasiose conte dei carboidrati. In questi giorni sto cercando di informarmi, ma le opzioni sembrano veramene poche, soprattutto per una dieta come la mia. Ho capito che non sempre è facile trovare alimenti vegetariani freschi: cercherò di affidarmi a panetterie e negozietti locali. No, non ho intenzione di assaggiare lo squalo. Smettete di chiedermelo.

Ultimo punto dolente è proprio il diabete tipo 1, mia adorata malattia cronica. Di solito per i viaggi mi organizzo portando il doppio delle cose che utilizzerei normalmente, eccetto per l’insulina, che porto in quantità triple (sai mai che il vulcano Eyjafjöll decida di spruzzare cenere e lapilli per tutto il continente). Porto il mio glucometro Akku Check Mobile (come comodità non ha eguali) e due cassettine per un totale di 100 striscette (ripeto: può sembrare esagerato, ma potrei tranquillamente rimanere bloccata qualora mi attaccasse un pulcinella di mare).

Ovviamente cercherò di avere il Libre con me, e di metterlo il giorno prima di partire. Dico “cercherò” perché attualmente sono in stop forzato (grazie Abbott!) dopo che l’ultimo sensore è durato la bellezza di 8 ore. Poi è morto.

Una domanda che molte persone mi hanno fatto in passato: non hai paura di viaggiare col diabete? E se succede qualcosa? Quest’ultima domanda di solito è seguita da uno sguardo di profonda compassione e pietà, gli occhi sgranati e il volto contratto in una smorfia di sì dai, a me puoi dirlo. Ti capisco.

E invece no.

Non ho paura del diabete. Si tratta piuttosto di una vocina costante nel retro della testa, che ti ricorda di monitorare te stesso, di capire come ti senti, di cercare di prevedere se un’ipoglicemia è in agguato o se hai mangiato abbastanza.
Purtroppo avere il diabete comporta una serie di accorgimenti che coincidono con quattro chili di bagaglio in più. Ma pianificando e organizzando si possono ridurre drasticamente i rischi di imprevisti.
Se dovesse succedere qualcosa, confido in buonissimi succhi di frutta marca islandese o, come ho fatto per il Giappone, in dolcetti alquanto improbabili (crema di fagioli: mai più. Mochi: MAI. PIù.).

Ma questo lo faccio anche in Italia. Al massimo dovrò tradurre la parola “diabete” con google translate, e qualcosa mi dice che non riuscirò a pronunciarla. Sono molto più preoccupata del peso dello zaino, o della mia capacità di resistere in campeggio per così tanti giorni.

ENG

On the road: dreaming of Iceland

In 20 days I will be on Iceland. I will go with Nico, we will fly and we will rent a car, so I decided to organize the rest of the journey around the island as low impact as possible, starting with a minimalist backpack. It will be impossible with type 1 diabetes, but I will try.

I will be on the road for 12 days, including 10 days camping around the Hringvegur, the ring road that goes around the island. I’m not an adventurous person, and I don’t have anything to wear for this kind of holiday. I don’t have hiking clothes for the winter, and in Iceland it’s cold. Even in August. This was the first problem.

So I opened my closet and I looked for everything suitable for hiking in winter: I choose two sweaters, a couple of leggings, some old shirts. One of the sweaters is handmade by my grandma, one of those horrible gifts that makes you look like a giant merino sheep.

The only thing I needed to buy is a winter jacket. I love coats, and I never wear anything else during winter, mostly because I want to look like a human and not like a giant pillow. But it’s not recommended to travel around Iceland without a proper jacket, so I decided to buy a nice black one that I can reuse also the next winter. I’m not really sure about this, but I choose one simple plain black jacket that maybe I can wear also everyday.

I will also bring my own bottle, because the water in Iceland is good everywhere – many people online say that it’s tasty and pure, and some jars for lunch and dinner. Iceland is so expensive, so we will try to stay on budget and eating something that we can cook everyday.

After Japan, I’m always worried about the food. Japanese markets have everything wrapped in plastic, so it was really difficult to find bulk products. I think that also in Iceland I will have to face the same problem. Many online reviews say that it’s difficult to find fruit and vegetables (I have no doubt about this, since it’s ICEland), but that it’s also difficult to find vegetarian options outside Reykjavik).

I will also have to improvise carb counting before insulin and, at the same time, try not to eat meat and fish. This will be difficult.

The hardest part for me is packing everything I need for my chronic illness. Usually I pack twice as many things as I usually need, except for insulin (I take three pens instead of one. You’ll never know if Eyjafjöll decides to erupt in the middle of my journey). I will take my Akku Check Mobile, my favorite glucometer to use while walking or hiking, instead of the Freestyle Libre Glucometer. I find that this one need too much blood to work, and it’s not always easy to check when you are in a hurry.

I will have the Freestyle Libre sensor on me, but I’ll take only the one I wear because I don’t want to carry the extra weight on my backpack. If I’m lucky, I will not have any problem, but I’m not really sure about this, since the last one died after only 8 hours.

Many people asked me if I’m worried or scared to travel with type 1 diabetes. What if something happens? What if.

I’m not worried about diabetes, and I’m not scared. There are a lot people travelling with chronic illnesses, and even if it’s difficult, I don’t want to stop because of it. I will have to arrange my life around it, that’s true. But planning and organizing means that I can reduce the risks of the unexpected.

Have a nice journey everyone :-).