Cartoline dal Sulcis

Avete presente l’odore che sentite quando arrivate in Sardegna?
Non l’ho mai trovato da nessuna altra parte. E’ odore di ginepro misto a salsedine, portato dal maestrale che smorza il caldo di Luglio.
All’aeroporto è possibile distinguere chiaramente le persone che vengono in vacanza da quelle che tornano a casa: solo poche, tra quelle che vengono in vacanza, si porteranno con loro la percezione del profumo di queste giornate; per le altre rimarrà un ricordo annidato in un angolo della testa.

Per molto tempo è stato così anche per me; poi un giorno mi sono resa conto che, ogni volta che pensavo a casa mia, pensavo all’odore del cielo azzurro e al suono cupo del maestrale.

Appena arrivo all’aeroporto di Elmas, cerco di sentirlo disperatamente, ma è ancora troppo presto, c’è troppa gente, l’unico odore che mi arriva è quello del supermercato e delle persone poco abituate al caldo.
Mia mamma e mia cugina sono lì, in un copione che mi dà sicurezza, ogni cosa al suo posto. Il sole brucia l’asfalto e i bordi delle strade, le due corsie della centotrenta corrono in mezzo al nulla.

Le giornate a Carbonia scorrono lente per via del caldo, i pomeriggi al mare sono come parentesi, piazza Roma è sempre la stessa, il teatro e la torre littoria da una parte, il comune e il frammento di vuoto dall’altra.

Ho la sensazione che niente qui mi stia aspettando, che tutto sia ciclico, che ogni estate io ripercorra questi luoghi e ascolti suoni che già conosco, sempre uguali a se stessi e diversi perché un’altra estate è passata.

Quando vivevo qui odiavo camminare. Camminare era andare a scuola senza essere in ritardo, camminare era cercare l’ombra. Era sempre un camminare verso, cosa che ora non è più: adesso cammino intorno, cammino osservando, ti ricordi questo?
Ogni angolo è l’odore del bar in cui andavo a prendere il caffè, il paninaro che apre solo la sera, gli alberi di fichi d’india che ancora non sono pronti – ma quando lo diventano vengono torturati con lunghe canne di legno, è colpa loro se hanno le spine. Il campanile di trachite con la chiesa accanto, i gradini nei quali mi sono seduta così tante volte a mangiare un gelato o semplicemente ad ascoltare le tempeste ormonali che solo i tredici anni sanno avere.

Riapro gli occhi. Che buoni questi fichi. Di quale pianta sono?