Ouf of the comfort zone

Mi sveglio sempre col buonumore, prima di un trekking. Anche se è faticoso e io non ami particolarmente sudare.

Mi aspetta una buona colazione zuccherata, ma non è solo questo il motivo della mia contentezza: è il sapere di passare la giornata all’aperto, senza vincoli, zaino in spalla e lontana da tutto.

Con “buona colazione” intendo un croissant ripieno di gelato al caffè e cioccolato. Ovviamente sbaglio l’insulina, e quando arrivo a malga Sorgazza la mia glicemia è 80. In discesa.

Mangio una barretta energetica, maledicendomi per la plastica. Non ho alternative. 30 grammi di carboidrati, forse non basteranno neppure per la salita. Mangio anche una banana, forse non basterà neppure quella. So già per certo che dovrò fermarmi a metà strada.

Alla malga ci avvisano che forse ci sarà ancora della neve in quota. E’ stato un maggio invernale. Iniziamo a salire, soffro sotto i 7 chili di zaino, a tratti mi cedono le gambe. Un’ora e mezzo.

Arriviamo in cima e c’è la neve. Mi avevano avvisato, è vero, ma non me l’aspettavo. Il lago Costabrunella, artificiale e rinchiuso tra le montagne e un muro di cemento, è ancora ghiacciato. Ci regala però un panorama mozzafiato.

Tiriamo fuori il fornello, pranziamo, velocemente. Mi risollevo guardandomi intorno, la neve si sta sciogliendo, intorno a noi ci sono rivoli freddi che scorrono sotto gli scarponi.

Dimezzo le unità. Tre anziché sette. Non voglio rischiare di andare in ipoglicemia. Mangio un’altra barretta, fuori dalla conta dei carboidrati. Per tutto il resto della giornata, la mia glicemia rimarrà miracolosamente stabile tra 80-90 mg/dl.

Decid, iamo di non piantare la tenda in quota: riscendiamo, fa troppo freddo, c’è troppo vento, lo zaino mi pesa sui fianchi. Ho paura di ciò che non conosco, e la neve che si scioglie è una di queste cose.

*

Domenica, ore quattro del mattino. Il mio orologio collegato al sensore mi sveglia, la mia glicemia sta salendo veloce, sopra i 200. Ho esagerato con la cena.

La zona è umida, l’aria ancora non è calda, il naso mi diventa freddo. Mi correggo in tenda, dentro il sacco a pelo. Non pensavo di riuscirci, invece sto diventando più brava nelle contorsioni. Fuori si sente il rumore di un torrente. Pensavamo non ci facesse dormire e invece siamo due sassi.

Mangiamo in rifugio un pain au chocolat tipicamente trentino. Anche stavolta sbaglio totalmente le unità, e prima di iniziare la salita mi tocca mangiare un’altra barretta zuccherata.

Finalmente è estate.

Una gita di due giorni

Stavolta la glicemia non mi frega, la salita è meno ripida, non si capisce nulla dalle indicazioni che troviamo lungo il sentiero, ma il cioccolato mi ha fatto passare tutta la stanchezza che avevo in corpo.

Passiamo la mattina in mezzo ad alberi caduti e lasciati lì.

Incontriamo tantissime persone, salgono, scendono, i bastoncini da trekking che risuonano nel granito.

Ogni volta che vado in montagna, ricordo quanto fosse facile prima del diabete.

Non perché fosse meno faticoso, ma semplicemente perché si trattava di una salita senza pensieri, senza buchi alle dita, senza pelle bianca sotto il sensore e il segno dell’abbronzatura. Io e il croissant.

Sono ancora leggera, ma forse un po’ meno.

Il pensiero di non riuscire ad arrivare in cima mi sfiora, soprattutto quando vedo la glicemia scendere a picco, quando non riesco a capire se ho mangiato abbastanza o se ho mangiato troppo.

In ogni caso, continuo a salire.