La frutta: il diabete di tipo 1, lo zero waste, la Coca Cola.

io che osservo una pesca. 2019, tecniche miste.

Fine Gennaio duemiladiciassette. Sono in attesa, fuori dalla porta della diabetologia dell’ospedale. Sapevo che quella dottoressa non sarebbe stata la mia dottoressa ufficiale. Era la diabetologa designata a mostarmi i fondamenti dell’arte della gestione dei diabete di tipo 1, prima di dimettermi dall’ospedale e rispedirmi a casa.

Mentre aspetto un signore anziano mi dice: stia tranquilla signorina, prende la pastiglia e i valori tornano a posto.
Cerco di non prendermela, mi dico: non è colpa sua. Non sa quello che sta dicendo.

Entro dalla dottoressa, che ha la faccia immersa nello schermo del pc. Mi accoglie una ragazza, tirocinante o non so che, poi se ne aggiunge un’altra. Iniziano a riempirmi di nozioni, hai pranzato? Ora quando pranzi devi fare l’insulina. Falla nella pancia all’inizio che è più facile. Così vedi quello che stai facendo.

Rispondono alle mie domande, finché non arriva la parte più spinosa: il cibo. Puoi mangiare questo, questo e anche quell’altro. Una delle due ad un certo punto, dice: dovrai sicuramente evitare una buona parte di frutta. Però non devi evitare proprio tutto… se vuoi berti una Coca Cola, la conti nei carboidrati e ogni tanto si può fare.

Non ricordo nient’altro di quella visita, non in modo così vivido. Solo quella ragazza che mi diceva che sì, la coca cola ogni tanto ci stava, ma in linea di massima dovevo stare molto attenta alla frutta.

Sapevo che era sbagliato.
Sapevo sin da subito che nessuno più sconsigliava la frutta fresca a un diabetico di tipo 1. Ma quella frase mi è rimasta così impressa che forse, in qualche modo, mi ha influenzato.

*

Io ho sempre adorato la frutta. Prima del diabete la mia colazione era composta principalmente da frutti di stagione, oppure banane, caffè e yogurt. Ancora oggi associo la banana alla mattina prima di un esame, il gusto dolciastro e la consistenza pastosa sotto il palato.

E’ sempre stata la mia merenda senza plastica, quella che puoi preparare prima sottoforma di macedonia, ma anche quella che c’è sempre quando sei in ritardo. Quella che non ha bisogno di operazioni di marketing, perché non ha marchio né bisogno di tanta pubblicità. Quella che quando la prendi dal fruttivendolo che non ti conosce, gli fai sempre la battuta: non ho bisogno di buste di plastica, ha già la sua buccia! Non fa ridere neanche a te, ma rompe il ghiaccio.

Nell’affanno della conta dei carboidrati e dei pasti, mi dimentico molto spesso di inserirla. All’inizio ci pensavo, la pesavo, con o senza buccia, seguendo le indicazioni. Andavo in iperglicemia. Mentre con altre cose non mi sono arresa, con la frutta mi sono un po’ lasciata andare. Prima ho smesso di mangiarla a merenda, poi a pasto, poi ho iniziato a desiderarla e mi sono resa conto che lentamente era uscita dalla mia dieta.

Non che non la mangiassi più. Non la mangiavo più ad ogni pasto, ogni giorno.

Da qualche mese ho iniziato a introdurla, piano piano, ogni giorno. Ci sto provando. Prima a colazione, poi dopo pranzo, poi ancora un po’ dopo cena. Complice anche il fatto che la frutta in questo periodo non ha rivali.

Ho imparato a fare un prebolo se la mangio a colazione, circa 20 minuti prima. A pranzo mangio tante fibre e ho imparato ad evitare il picco glicemico. Ho aggiunto al mio dietometro Akku Check tutta la frutta mancante, e i carboidrati con o senza buccia.

Ho fatto indigestione di fragole e ciliegie, nonostante mi facciano venire un’allergia mostruosa. Ne è valsa la pena.

E poi io, da quando all’asilo me la facevano bere per forza, la Coca cola l’ho sempre odiata.