Meditazione per malati cronici

meditazioni per malati cronici

Ultimamente ho dovuto cercare un modo per far fronte a una situazione di stanchezza e stress, complici dei cambiamenti nella mia vita che affronterò nei prossimi mesi.

La mia mente è sempre proiettata al futuro: a volte mi sembra che il mio cervello vada per conto suo, sempre più veloce, mentre mi sovraccarico di lavoro e extra-lavoro. Mi sento in dovere di fare, fare, fare, fare.

In tutto questo, la mia mente è impegnata costantemente nella gestione del diabete: avrò fatto abbastanza insulina? Perché la mia glicemia si sta alzando? Perché sta scendendo? Perché non funziona il sensore? Come faccio se non posso mangiare perché ho riunione nel bel mezzo della mattina? Perché la glicemia non scende dopo 4 correzioni? Come farò tra uno, due, dieci, vent’anni?

Ma soprattutto: perché proprio a me?

Quest’ultima domanda penso che sia passata nella testa di chiunque di noi. Perché proprio a me devono succedere certe cose? La paura di non riuscire a tenere insieme la nostra vita, ad affrontare ciò che ci arriva come uno schiaffo in faccia.

Qualche mese fa, mentre facevo un colloquio a un ragazzo che in futuro sarebbe entrato nella azienda per la quale lavoro, mi dice: – Ogni tanto mi piace meditare, tra una cosa e l’altra che ho da fare durante il giorno.

Meditare. Meditare.

Avevo già pensato di fare qualche corso di meditazione. Mi immaginavo eremiti che si recano in mezzo ai monti mezzi nudi, alla ricerca dell’illuminazione e dell’epifania della vita. Monaci buddisti che stanno nella stessa posizione per ore, in compagnia dei loro pensieri e nient’altro.

Poi, per fortuna, ho deciso di approfondire l’argomento su internet.

Ho iniziato a informarmi sulle varie tecniche di meditazione, mindfullness e varie stravaganze che si possono trovare su internet. Ho provato con video di youtube, ho cercato corsi, ho scaricato improbabili musiche ascetiche e soporifere che mi hanno conciliato il sonno.

Poi l’illuminazione: ci saranno app per meditare?

Cerca su internet, fruga un po’, e trovo lei: Headspace.

La proviamo insieme a Nico dopo cena. Stiamo come due stoccafissi impalati di fronte al muro, cercando di capire come fare. La voce è quella di Andy Puddicombe, guru della meditazione, e no, non è come ve lo immaginate.

Lo facciamo anche il giorno dopo. E il giorno dopo ancora. E per una settimana, per due settimane, finché non diventa una routine. Finché non finiamo i corsi base e passiamo ai corsi che ci interessano di più: appreciation, letting go of stress, rehab.

Inizio a pensare al diabete. E quando penso al diabete e mi sento di non essere all’altezza, inizio a meditare un pochino. Accetto quello che mi sta succedendo e lo osservo da una certa distanza. Mi sento ancora uno stoccafisso, ma uno stoccafisso che si sente decisamente meglio.

Ho rinnovato l’abbonamento per due mesi consecutivi, poi per un anno. Ora medito un po’ ovunque e abbastanza spesso. Cerco di fare almeno 10 minuti la sera, più 3 o 5 minuti sparsi qua e là durante la giornata. Ho tempo anche quando mi sembrava di non averne mai.

Non so se io stia facendo correttamente. Forse sì, forse no. Però inizio a vederne i risultati: mi arrabbio meno, quando sento lo stress che sale medito per 5 minuti (sì, questa opzione è possibile). Ho provato anche il corso sulla creatività, che per ora è diventato il mio preferito.

Non avrei mai pensato che una semplice voce nel mio telefono riuscisse a migliorare il mio umore e ad aiutarmi a gestire le giornate anche più caotiche. Adesso mi trovo spesso a fare dei mini esercizi di meditazione (per esempio, prima di scrivere, oppure nel tragitto che faccio tra macchina e lavoro, macchina e casa e così via). Quando mi sento soffocare da ciò che dovrò fare domani, medito e mi ricordo che non sto vivendo domani ma oggi.

E può sembrare una cazzata. Forse lo è. Ma se non vi ho convinto io a provare, fatevi convincere dalla voce di Headspace in persona: