Una sarda vegetariana: episodio 1, Pasqua

Il piacere di sedermi a tavola insieme alla mia famiglia è una di quelle cose che non ho acquisito col tempo. E’ un dato di fatto, che apprezzo da sempre, parte del mio modo di essere.

Come molte famiglie però, anche la mia non ha capito subito le mie scelte. Penso che un po’ tutti quelli che hanno deciso di non mangiare più carne ci siano passati.

Per la maggior parte delle persone non è concepibile privarsi, per scelta, di un alimento nutriente come la carne; il mio punto di vista risulta incomprensibile anche ai miei coetanei, figuriamoci a mia nonna – vegetariana per l’ambiente? – e io probabilmente ero troppo giovane per riuscire a spiegarmi come avrei voluto.

Polpette di melanzane di Patrizia

Anche stavolta, dopo un’ora di volo turbolento e un’ora di strada statale dissestata, a casa mi aspetta il pane ripieno di pomodoro e il pane con la ricotta. Alla faccia dei vegetariani che non mangiano nulla.

E’ un po’ una tradizione: quando vado in Sardegna non può mancare il pane col pomodoro e il minestrone di lenticchie. Ma questa è una storia per un’altra volta.

Iniezione di Apidra, poi Lantus e dormo fino alla mattina dopo, per 8 ore di fila, senza sentire il telefono collegato al sensore che ho sul braccio, suonare di continuo, “glicemia alta”. Una conseguenza prevedibile dopo il mio peccato di gola.

Myrtus communis

Quando arrivo a casa di mia zia il giorno di Pasqua la carne sta già girando sul fuoco vivo. Mia mamma ha preparato le lenticchie, le polpette di melanzane e due torte salate, e chi glielo dice che devo andarci piano con i carboidrati? Rinuncio a capire il quantitativo per stabilire la quantità di insulina da fare. Vegetariana e diabetica. Il diabete è arrivato dopo, quindi bisogna che si faccia da parte rispetto alle mie scelte.

Adesso nessuno mi chiede più se voglio assaggiare l’agnello o se desidero il sugo alla campidanese: il mio non mangiare carne è diventato un dato di fatto, dopo così tanti anni, che si è sedimentato e ha lasciato spazio alla pura condivisione del momento anziché del cibo in sé.

Mi chiedo se le mie scelte sarebbero state diverse se fossi cresciuta in un contesto totalmente diverso. Il cibo ha sempre avuto un ruolo fondamentale, di condivisione, accettazione. Forse se non gli avessi dato così tanta importanza fino da piccola, non avrei mai pensato di utilizzarlo per affermare una parte delle cose in cui credo.

Quando qualcuno mi chiede se sia stato difficile per me abbandonare la carne, rispondo sempre che no, non lo è stato. In realtà non so dire il motivo; forse non mi piaceva abbastanza, o forse la ragione ha avuto la meglio sul palato.

Ovviamente ho desiderato nel corso degli anni cose che un tempo non mi piacevano neanche – un po’ come adesso desidero le brioche zuccherate, e prima del diabete non mi sono mai piaciute. Ma non ricordo mai una volta in cui ho dubitato delle mie motivazioni. Sono testarda, lo so.

Pasta fresca con ricotta, bieta e limone.

Il giorno dopo mia nonna propone così tanti carboidrati che ormai rinuncio a contarli. Faccio talmente tante unità di insulina da stendere un esercito di diabetici. Come posso rinunciare alla pasta fresca? Impossibile. E poi mia nonna fa un sugo di pomodoro spettacolare, nonostante qualche anno fa mi nascondesse in mezzo i pezzi di carne.

Nonostante io non abbia alcuno slancio religioso, feste come la Pasqua mi ricordano quanto sia bello avere una famiglia (enorme) che si dimentica delle tue stranezze e che ogni tanto ti rompe anche un po’ i coglioni. Dietro ogni singolo pezzo di pane si nasconde una persona che l’ha fatto pensando a quando l’avremmo mangiato tutti insieme.

Coccoi cun s’ou

Lo so, sono già andata fuori tema rispetto all’argomento che volevo trattare. Ma alla fine il filo conduttore di ciò che volevo dire non è altro che il cibo come metafora di ciò che scegliamo di far entrare nella nostra vita.

Penso a tutti i sapori che tra qualche giorno non riuscirò più a riportare alla mente. Penso a mia mamma che mi manda i formaggi da giù, alle mie zie che urlano quando sentono che stiamo parlando al telefono, a mio fratello che ho sempre associato all’odore di insulina finché non ho iniziato ad associare questo odore alla vita stessa, alle mie cugine che fanno e ricevono dediche, e alla fortuna di essere circondata da una tribù.

Alla fortuna di chiudere gli occhi e sentire di nuovo l’odore del pane racchiuso nella busta di carta, le seadas appena fritte, le foglie di mirto e il cioccolato dell’uovo.

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¹ Citazione liberamente ispirata a una ragazza che una volta mi disse che mangiava i salumi perché “tanto non si vedeva la faccia”. Uno di quei casi in cui la realtà supera di gran lunga la fantasia.