Ho assistito a un episodio di razzismo e non ho reagito: sono parte e causa del problema.

Ore 17.30, appena uscita da lavoro, vado al supermercato sotto casa. Prendo giusto una cosa, vago per un attimo tra gli scaffali, alla cassa c’è la fila e le persone davanti a me sono come me, hanno appena finito di lavorare e anche loro sono lì a prendere una o due cose per cena.

Arriva il turno del ragazzo di fronte a me. E’ sporco, ha la pelle di chi lavora sotto il sole. Ha preso due pacchi di spaghetti e due passate di pomodoro.

Totale: quattro euro e quattordici centesimi.

Porge le monete alla cassiera, che continua a sbuffare mentre passa le sue cose e le lancia lungo il rullo. La guardo, non capisco quale sia il problema. Poi capisco: il ragazzo non parla italiano, chiede di ripetere le cose due volte. Lei gli urla quattro euro e quat-tor-di-ci, come se fosse sordo.

Mancano venti centesimi.

Fruga nelle tasche e li tira fuori, glieli porge. Prende la spesa, la imbusta, si gira. La cassiera lo guarda e quando lui le sta già dando le spalle:

sparati.

La guardo. Ho capito io male?

No, non ho capito male.

Il tizio dietro di me ride e borbotta qualcosa su questi qua che pagano sempre con le monete. Intanto la cassiera mi porge lo scontrino, la guardo e non riesco a dire nulla. Anche io sto pagando quattro euro in monete.

Esco e mi sento umiliata e allo stesso tempo sento montare una rabbia che conosco bene. E’ la stessa rabbia che provo quando mi chiamano terrona, quando non mi sento mai a casa. Vedo quel ragazzo che si allontana con la bici, la busta in bilico sul manubrio. Perché non ho reagito?

Mi si è gelato il sangue nelle vene, ho iniziato a tremare, non ho avuto il coraggio di fare nulla.

Perché non ho reagito?

Ho preferito non litigare, chiudendomi dietro a scuse del tipo “non scendere a livelli così bassi”. Ho preferito non farle notare che è molto facile prendersela con chi è più fragile di noi, con chi sta male e con chi non è in grado neanche di capire ciò che stiamo dicendo.

E ho preferito stare zitta. Mentre camminavo verso casa mi sono sentita per la prima volta parte del problema; il fatto che io non sia riuscita a reagire, che non abbia preso una posizione netta, mi rende parte di questo schifo.

Dico sempre che bisogna alzare la mano quando vediamo qualcosa che non va. Sono una donna, sono disabile, sono terrona. Tre categorie che spesso vengono denigrate in modi non sempre espliciti. Avrei dovuto alzare la testa e dire ciò che pensavo.

Non so perché non l’ho fatto.

Però penso che questo sia il motivo per cui siamo arrivati a questo punto: non abbiamo più premura verso gli altri, ci chiudiamo verso noi stessi e non sappiamo reagire quando le circostanze lo richiedono. Io non voglio essere così. Voglio avere la schiena dritta quando vedo qualcosa che non va, soprattutto se rivolta verso qualcuno che è più debole di me. Voglio avere il coraggio di parlare non solo per le cose che mi toccano direttamente. Non voglio sentirmi piccola: voglio diventare così grande da poter prendere le difese del mondo come vorrei che fosse.