Una donna: una giornata nella vita

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Titolo originale: una giornata di m-.

Mi sono resa conto che la giornata sarebbe iniziata male quando il telefono collegato al sensore che ho sul braccio ha iniziato a suonare a intervalli di mezz’ora durante la notte.

Segnava 190mg/dl, ma ho deciso deliberatamente di ignorarlo, avvolta nel sonno e nelle coperte ancora pesanti.
E’ difficile che io riesca a dormire otto ore di fila. E’ difficile che io riesca a dormire otto ore, anche non di fila. Essere costantemente disturbati da una vibrazione vicino alla testa non aiuta. Il motivo per cui questo succede è che, quando non sono sicura di aver fatto la giusta dose di insulina, tengo accanto a me il telefono che mi sveglia in caso di necessità.

Ogni mattina, quando mi sveglio, la prima cosa che faccio è controllare la glicemia. Mi vesto ad occhi chiusi, mentre in cucina sibila la teiera che ho messo sul fornello. Stamattina mi sono svegliata con la glicemia alta – 270mg/dl per la precisione. Succede. Proprio perché durante tutta la notte ho deciso di ignorare i segnali che la tecnologia cercava di inviarmi.

Mentre aspetto il tè e preparo la borsa frigo per andare a lavoro, il mio sguardo si poggia sull’enorme quantità di plastica che la mia malattia comporta. Ieri sera ho cambiato il sensore, e questo significa che ho usato l’applicatore usa e getta per circa 10 secondi, per poi richiuderlo e buttarlo. Adesso è nel tavolo, in attesa di essere smontato (all’interno ha una molla di metallo) e spedito al riciclo.

La prima iniezione del giorno è una doppia dose rispetto al solito. Mangio una fetta biscottata, ma non ho molta fame. Cerco di farmela passare, ma quando arrivo a lavoro la glicemia è salita ancora, e nel giro di due ore sono costretta a fare una seconda iniezione.

Il mio lavoro è noioso, e a volte mi sembra di essere all’interno di un film di Charlie Chaplin, se escludiamo le risate amare e forzate. Mi viene presto fame: ho con me uno yogurt e un pacchetto di crackers di emergenza. Una scelta difficile, che può avere conseguenze catastrofiche: scelgo i crackers. Ne mangio uno e nel giro di mezz’ora la mia glicemia, che era riuscita a scendere miracolosamente intorno ai 130mg/dl, ritorna sui 200mg/dl.

Decido di meditare per circa 30 secondi prima di farmi venire un embolo dal nervoso. Intanto i crampi della fame non aiutano: riesco a tirare miracolosamente fino a pranzo, dove mi aspetta uno dei miei piatti preferiti. Cavolo e fagioli. Non sto scherzando.

Dopo mangiato la mia glicemia decide di affossarsi, complice il fatto che probabilmente avevo delle unità residue dalle correzioni precedenti a bordo.

Avere il diabete significa principalmente questo: pensare costantemente al diabete.

Tantissime volte ho provato a dire a me stessa che non sono solamente la mia malattia; ma in giorni come questo diventa veramente difficile per me cercare di discostare la mente da quello che succede al di fuori della mia portata. Riprometto a me stessa che non devo farmi influenzare dall’andamento della mia glicemia o dal fatto che a volte non riesco a trattenere la fame: ma di fatto per me è impossibile. Cerco di placare la mente e quando arrivo a casa mi sono quasi completamente tranquillizzata, nonostante l’orologio continui a suonare per una presunta glicemia bassa (che in realtà controllo con lo stick capillare, ed è un ottimo: 94mg/dl).

Per questa sera Nico ha organizzato una cena fuori, in un fast food in centro, che propone solo panini vegani. Per me solitamente questo significa pensare in anticipo a quante iniezioni dovrò fare (per un pasto composto da carboidrati e grassi possono essere anche tre in qualche ora). Ma oggi decido di non farlo.

Decido di non farlo e cerco di rimandare quel momento a quando ordinerò il panino. Cerco di godermi i minuti e cerco di sentirli scorrere lenti sulla giornata che ho davanti.
Ordino un panino vegano con cipolle e maionese piccante, più patatine – ho la fortuna di avere un ragazzo con il quale posso condividere la passione sfrenata per i gusti forti, senza preoccuparmi. Prendo un succo nella bottiglia di vetro e mi siedo al tavolo.

Tiro fuori l’astuccio, mi abbasso la manica della giacca scoprendo un braccio, e come faccio ogni sera prima di mangiare, inietto le unità contando gli scatti nella penna graduata. Uno, due, tre, quattro. Devono essere il doppio rispetto a quello che ho contato, dato che la penna è da 0,5. Cinque, sei, sette, otto.

Odio il diabete. Lo odio perché mi costringe a pensare a me stessa costantemente. Lo odio e allo stesso tempo lo amo per quello che mi ha fatto diventare. Lo so, sembra un controsenso, ma è così. Purtroppo non sarei mai stata la persona che sono oggi senza il diabete. Non avrei avuto il coraggio di aprire un blog, “perché tanto scrivo solo sciocchezze non degne di essere lette”. Non penserei due volte prima di parlare, non sarei così riflessiva come sono oggi. Lo odio per trenta secondi, mentre conto le unità prima del pasto. Poi, non appena ripongo la penna nell’astuccio, dimentico di odiarlo e faccio i conti con le giornate che passano lente, una dopo l’altra, una meglio dell’altra, e mi rendo conto di quanto sono fortunata.

ENG

A woman: a day in my life

I realized that it was going to be a shitty day when my phone started ringing during the night, every 30 minutes.

My phone said 190mg/dl, but I decided to ignore it. I was too tired and outside the blankets, it was so cold.

Every morning, when I wake up, the first thing that I do is to check my blood sugar. I take my clothes and I go to the bathroom, while the teapot starts to whistle in the kitchen. This morning I woke up at 270mg/dl – which is, to be clear, a lot. It happens. Mostly when you decide to ignore the alarm on your phone.

While I wait for my tea, I look at all the plastic that I use every day. Yesterday I changed my sensor, and this means that I used a disposable applicator for 10 seconds. Now it’s in the table, waiting to be recycled. I need to open it because there is a needle inside and I cannot throw it in the plastic bin as it is.

My first injection of the day is double. I eat a small piece of rusk, but I’m not hungry. I try not to be. When I arrive at work my blood sugar levels are worse than usual, and after 2 hours I forced to inject again. My first injection of the day is double. I eat a small piece of rusk, but I’m not hungry. I try not to be. When I arrive at work my blood sugar levels are worse than usual, and after 2 hours I forced to inject again.

My job is boring, and I feel like I’m in a Charlie Chaplin movie, without the forced laughing. I am always hungry: I brought with me a home-made yogurt and crackers. I choose crackers, but it’s a disaster. After one cracker and one hour my blood sugar it’s 200mg/dl again.

I try to meditate for 30 seconds before I get nervous. But hunger doesn’t help. I am able to reach lunch without starving, and I have cauliflower and beans with curry, one of my favourite recipes. Finally.

Having diabetes means this: to think about it all the time.
I tried to tell myself that I’m not only my illness but in days like this it’s difficult to separate my mind from my body. I try to tell myself that I’m not my numbers, but sometimes it’s just impossible.

I try to stay calm, and when I’m home I feel relaxed, despite my smartwatch keeps ringing. It says that I’m low, but before driving I checked with the blood test, and it was actually 94mg/dl.

This evening I and Nico will dine in a vegan fast-food. For me, this usually means that I have to think in advance about how much insulin I will take. But this time I decide not to.
I decide to postpone that moment when I will be there. I try to enjoy the minutes of this evening and I try to feel the time passing by.

I take a vegan burger with spicy mayo and chips. I take my pen and I start to inject insulin on my arm, like every day before dinner. I count the units. One, two, three, four. They need to be double because I use a half-unit pen. Five, six, seven, eight.

I hate type 1 diabetes. I hate it because it forces me to think about myself, all the time. I hate it and I love it at the same time because without it I would never have been the same. I would never have the courage to open this blog, “because I write only nonsense”. I would never think twice before saying something. I would never try to reach for my dreams. I hate diabetes for 30 seconds, the time that it takes to inject insulin before food. Then, when I put my pen back into my case, I forget about the hate and I think about how lucky I am.