Cinque giorni a Tokyo: racconto di una città effimera

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«E invece, inutile negarlo, la memoria si sta allontanando, e ho già dimenticato troppe cose. Nello scrivere seguendo i ricordi come faccio adesso, a volte vengo preso da una terribile angoscia. […] Il dubbio che tutti i miei ricordi più preziosi, accumulati in qualche zona buia del mio corpo, in una specie di limbo della memoria, si stiano trasformando in una massa fangosa.»

(Murakami Haruki – Norwegian Wood)

E’ impossibile aspettarsi qualcosa da Tokyo. Me ne rendo conto non appena inizio a organizzare il viaggio, con una guida alla mano e internet dall’altra, e cerco di organizzare un itinerario coerente in una città che si snoda in quartieri vastissimi.

Questa sensazione rimane con me anche dopo undici ore di aereo, e si trasforma in un senso di vertigine che ancora oggi non riesco a capire se fosse dovuto al jet lag, alle glicemie alte oppure alla metropoli enorme, caotica e informe che mi ritrovo di fronte.

Scendiamo dalla metropolitana con gli zaini ancora leggeri. Il nostro albergo si trova nel quartiere di Shinjuku, zona famosa tra i turisti per la sua posizione e per i tantissimi negozi, locali e ristoranti. Qui c’è una delle stazioni più trafficate del mondo: le strade si intersecano apparentemente senza logica, e solo le indicazioni del navigatore riescono a portare me e Nicolò fino al nostro albergo.

Shinjuku di notte

La prima cosa che mi colpisce di Tokyo sono le persone: si muovono come onde, leggere e veloci, e anche quando vanno in direzioni opposte camminano seguendo un ritmo che non riesco a percepire. Mi lascio trascinare seguendo le indicazioni della mappa sullo schermo, e inizio a cercare con lo sguardo dei punti di riferimento che possano rendermi familiare un luogo così diverso da quelli ai quali sono abituata.

L’albergo in cui staremo per le prossime cinque notti è citato nella nostra guida come hotel bizzarro. A metà tra un luogo di pernottamento e una mostra di arte povera contemporanea, all’esterno si presenta come un edificio basso, su tre piani, asimmetrico. All’interno, al piano terra c’è una mostra di arte contemporanea, con oggetti di recupero e di arte povera. Nell’edificio accanto, vicino all’ingresso, c’è un distributore automatico di bevande: è proprio vero che se ne trovano ad ogni angolo, anche in zone insospettabili.

apartment hotel, Shinjuku

Le pareti della nostra sistemazione sono azzurre, con dettagli gialli: la stanza è piccolissima, troppo piccola per due persone, ma in fondo ci serve solo per dormire. I corridoi sono adibiti a magazzino, e ospitano cornici e mobili che ancora non hanno trovato sistemazione nelle varie camere. Dalla finestra vediamo un campo di baseball, e il ritmo dei colpi sulla palla e le grida dei ragazzi ci accompagneranno per tutti i cinque giorni in cui staremo qui.

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Primo giorno: Shinjuku

Notte a Shinjuku

Il primo pomeriggio scorre veloce, mentre vaghiamo per le vie e curiosiamo tra i negozi. Ce ne sono tantissimi, e tutti diversi. Vicino al nostro hotel c’è un kombini (giapponese per “convenience store”) “7 Eleven”, un minimarket che si rivelerà la salvezza dei nostri pasti improvvisati. Tutti i kombini che incontriamo sono simili, e sono composti da poche corsie basse. In pochi metri quadrati ci sono onigiri, piatti pronti, confezioni di ramen e zuppe disidratate, ma anche dolci simil-occidentali, caramelle, surgelati.

Ci sono tantissime cose da fare qui: grandi magazzini, luoghi di shopping che si sviluppano in verticale su palazzi vertiginosi, ristoranti che propongono menù giapponesi e non, locali dai temi bizzarri come il ristorante dedicato ai robot e palazzi dedicati alle macchinette pesca-pupazzi (ce ne sono tantissime sparse per tutta la città, e si possono pescare non solo peluche, ma anche cibo, statuine, magliette e cuscini). Rimango incredula le prime volte, di fronte ai tanti ragazzi in fila per tentare la fortuna.

Per la prima volta sento nominare il pachinko, una slot machine in versione orientale, e scopro che qui a Tokyo ci sono interi edifici dedicati a questo svago – se decidi di entrare vieni sommerso da una musica martellante, e ti trovi di fronte a tantissime persone che giocano, gli occhi fissi su questo flipper colorato. Sembrano non rendersi conto di nient’altro: passare qualche minuto qui è sicuramente un’esperienza da fare.

Palazzi di giochi

I primi giorni in Giappone nei miei ricordi hanno il sapore del riso colloso accompagnato dall’alga nori, delle verdure sotto aceto e dei crackers rotondi spennellati di salsa di soia.

Il diabete non mi lascia in pace, continuo a correggere dei picchi inspiegabili che fanno seguito a crolli. Guardando il lato positivo, perlomeno posso assaggiare i gusti dei cioccolati kit-kat più strani. Il mio preferito comunque rimane quello alla banana, che mi ricorda così tanto le caramelle che mia madre mi faceva trovare a casa al rientro da scuola, chiuse in un mobile di legno scuro all’interno di una bustina di carta bianca.

Le persone sembrano così distanti, e vorrei avere molto più tempo per riuscire a capire la cultura di Tokyo. Troviamo ragazzi che si offrono di accompagnarci alla stazione della metro, anziani che sorridono, ragazze che riescono a orientarsi nel caos di una città troppo grande.

Mi sento come avvolta in una grande campana di vetro: camminiamo persi per le vie, senza seguire un itinerario preciso. Come se questa città non possa esistere veramente, ma assomigli più alla mia immaginazione che alla realtà.

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Secondo giorno: Asakusa / Shibuja

mercato prima del tempio Senso-ji

Per il secondo giorno decidiamo di seguire un itinerario preciso, e visitiamo il tempio buddista Senso-ji, nel quartiere di Asakusa. Prima di arrivare al tempio dobbiamo superare una schiera di bancarelle: non siamo gli unici turisti, ma ci sono anche tantissimi giapponesi che si dirigono verso il tempio a passo spedito. Curiosiamo tra le grida dei vendtori, che cercano di attirare la nostra attenzione e venderci pietanze, souvenir e oggetti di tutti i tipi.

Decido che è arrivato il momento di provare lo street food. Assaggio un mochi dal colore terribile e dalla consistenza ancora peggiore, per il quale avevo grandi aspettative – in fondo, come può non essere buona una piccola pallina di riso glutinoso ripiena di crema di fagioli? Mi sbagliavo. Questo assaggio sarà la causa di tutti i miei pregiudizi successivi sui dolci giapponesi.

Durante la visita al tempio osservo per la prima volta alcuni rituali e gesti legati alla tradizione buddista: purificarsi con l’acqua, attirare a sé l’incenso e infine, una volta arrivati all’interno dell’edificio, offrire una monetina in cambio di una preghiera. Mi colpiscono le similitudini con la nostra cultura, più che le differenze: anche in un luogo così lontano non riesco a fare a meno di notare che per molti versi le culture religiose richiamano alcuni aspetti a noi familiari, come la purificazione, l’offerta, i gesti e le parole ripetute, la richiesta di qualcosa.

Dopo la bruciante sconfitta di qualche ora prima, decido di sfidare nuovamente la cucina da strada giapponese, e provo un senbei, ovvero un semplice cracker di riso spennellato di salsa di soia e ricoperto da un’alga. E’ soddisfacente dal punto di vista del sapore, anche se probabilmente qualsiasi alimento avrebbe vinto la sfida contro il terribile mochi ripieno di fagioli.

Ci allontaniamo dal tempio e passiamo in una piccola via laterale, dove tantissime persone mangiano all’interno di locali piccolissimi – molte addirittura fuori, incuranti delle temperature invernali.

ristoranti Asakusa

Anche noi decidiamo di sfidare la pioggia e poco prima di cena andiamo verso il famoso incrocio di Shibuya: i megaschermi illuminano i volti delle persone in attesa del semaforo, e veniamo catturati anche noi dalla pioggia di luce e colori.

Una delle cose che non ho notato subito, ma di cui mi rendo immediatamente conto a Shibuya, è la musica. A Tokyo molte strade, soprattutto quelle più affollate, hanno un sottofondo costante di musica pop martellante. Che siano messaggi pubblicitari, o solamente canzoni, sembra quasi che a nessuno possa essere concesso un attimo di tregua. Sei costretto a guardare, e se distogli lo sguardo sei comunque costretto a sentire, in una perenne colonna sonora che ricorda le atmosfere di un film distopico.

Non fraintendete però, Tokyo è meravigliosa: è talmente bella che anche tutto ciò che mi fa sentire un senso di oppressione sul petto, passa in secondo piano di fronte alle possibilità che questa città offre grazie alle sue mille personalità.

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Terzo giorno: Ueno / Yanaka

Il diabete continua a farsi sentire il terzo giorno, quando mi rendo conto che qualsiasi carboidrato io decida di mangiare abbia effetti devastanti sulle mie glicemie. Anche per questo io e Nico decidiamo di fare due passi nel parco di Ueno. Leggo sulla guida che si tratta di un posto particolarmente famoso durante la fioritura dei ciliegi in primavera, ma non riesco a immaginarmelo in altro modo se non avvolto da una nebbia leggerissima.

Dalla lentezza delle poche persone che camminano al suo interno sembra che la giornata non sia ancora iniziata. È il primo giorno in cui troviamo un vento freddo, che ci costringe a chiuderci nei cappotti mentre andiamo alla scoperta del parco tra ciliegi e alberi di ginko.

Molti luoghi di interesse sono chiusi: è il compleanno dell’imperatore. Anche per questo motivo non riusciremo a vedere durante il nostro soggiorno qui il palazzo imperiale, che rimarrà impresso nella mia memoria sottoforma di un cancello sbarrato.

Ueno park

All’interno del parco, oltre al museo nazionale e a uno zoo, si trova anche un tempio che con il suo colore rosso si staglia contro la giornata grigia. Nonostante il vento, tantissimi giapponesi decidono di riposarsi su una panchina o pranzare al volo qui: molti di loro mangiano spiedini di pesce acquistati di fronte al museo nazionale. Io preferisco un onigiri ripieno di sottaceti, ancora ignara del fatto che tra qualche giorno ne avrò mangiati talmente tanti da non riuscire neanche più a vederli nel reparto freschi del kombini.

Ueno park

Per il pomeriggio decidiamo di seguire un percorso insolito rispetto a quelli più battuti dai turisti, e andiamo a piedi verso Yanaka Ginza, quartiere che sembra essersi fermato nel tempo. Gli edifici risalgono agli anni ’50, e l’atmosfera del posto è avvolta da una patina di colori leggeri.

Prima di arrivare al quartiere vero e proprio facciamo una piccola deviazione verso il cimitero di Yanaka, una distesa grandissima di tombe verticali. E’ uno dei luoghi più pacifici della città, dove incontriamo tante persone che rendono omaggio ai defunti, ma anche tanti altri che passeggiano sereni, quasi come non ci fosse tristezza nella morte e nella commemorazione di essa.

Accanto alle tombe bruciano bastoncini di incenso; qualcuno ha lasciato dei mandarini qua e là, in una tomba vedo anche alcune lattine e alcune caramelle. Anche stavolta mi colpiscono le similitudini, l’universalità del rendere omaggio a chi ormai non c’è più, attraverso piccoli gesti e regali.

Arrivati a Yanaka incontriamo persone che fanno la spesa, vecchi che passeggiano e strade strette nelle quali scorrono piccole case a uno o due piani. Finalmente troviamo un supermercato con frutta e verdura, e decidiamo di acquistare a carissimo prezzo delle banane e una scatolina di pomodori.

A proposito di supermercati, uno dei lati negativi di questi dieci giorni in Giappone riguarda proprio la spesa: per me è stato impossibile evitare la plastica. Qualsiasi cosa comprassi, dal biscotto confezionato singolarmente alla frutta, prevedeva un uso di imballaggi fuori controllo.

Yanaka cemetery

Il quartiere di Yanaka mi fa capire che i cartoni animati spesso sono più realistici di quanto possiamo immaginare. Avete presente il modo in cui le strade vengono rappresentate, con i tralicci dell’elettricità in vista, intrecciati in aria? E le persone, il modo che hanno di muoversi, di accelerare il passo, di fermarsi di fronte a una vetrina? Quante volte abbiamo pensato al vecchio giapponese stereotipato, che va in giro con l’andatura pesante e le braccia dietro la schiena?

Questo luogo sembra un quadro iper-realista, nel quale ci tuffiamo alla ricerca di un’altra anima di Tokyo: quella della vita di tutti i giorni, lontano dai grandi grattacieli e dai templi, al di là dei centri commerciali e delle bancarelle di souvenir per turisti.

Sento di avere intorno i personaggi dei romanzi di Murakami, che si aggirano misteriosi per le strade alla ricerca di qualcosa, e che riescono a vedere anche al di là del mio sguardo.

Questa è una delle zone più belle che vediamo qui: finalmente ci sembra di aver trovato qualcosa che rompa il velo dell’apparenza che avevamo incontrato fino a questo momento. Sembra quasi che i palazzi non fossero altro che una copertura, un velo che non stava aspettando altro se non di essere tolto, per rivelare la lentezza al di là delle stazioni trafficate e degli altoparlanti accesi a ogni ora del giorno.

Yanaka Ginza, quartiere fermo nel tempo

Quarto giorno: Akihabara / Golden Gai

Prima di dedicare l’ultimo giorno a Tokyo alla scopera di uno dei quartieri più famosi e trafficati, decidiamo di passare qualche ora in un santuario che attira tantissimi curiosi: il Sengaku-ji tempio buddista nel quale sono sepolti i famosi 47 ronin.

Non conosco bene la leggenda, e passo un po’ di tempo durante il viaggio in metro a cercare informazioni su internet. In realtà prima di arrivare mi aspetto un santuario maestoso, mentre in realtà l’area delle tombe è molto piccola.

L’atmosfera tranquilla del tempio viene interrotta solamente da curiosi come noi che si aggirano nel cortile interno; abbiamo la fortuna di osservare una signora e un ragazzo rendere omaggio con dei bastoncini d’incenso profumato. Si chinano su ciascuna tomba, in silenzio, una mano che si alza perpendicolare verso il viso. Sussurrano qualcosa per noi incomprensibile. Qualcuno prima ha lasciato nelle lapidi delle caramelle e della frutta.

Sengaku-ji. tempio 47 ronin

Passiamo l’ultimo pomeriggio prima della nostra partenza per Kyoto in uno dei quartieri più famosi di Tokyo, che attira appassionati di manga e anime ma anche tanti curiosi come noi. Ancora oggi rimango affascinata da come possa esistere un luogo dedicato interamente allo svago sfrenato, in puro stile manga giapponese: Akihabara.

Come in ogni grande quartiere di Tokyo, anche qui veniamo subito travolti da luci e suoni. Ai bordi delle strade ci sono ragazze che pubblicizzano i famosi cat-cafè, ma anche qualche bar più alternativo, dedicato ai porcospini e ai gufi. La folla si muove caotica, molti si fermano a curiosare negli immensi palazzi che si affacciano sui marciapiedi rivelando solamente una piccolissima parte del loro interno. 

Tra un edificio e l’altro ci sono schiere di distributori di sorprese, quelle che escono da una pallina di plastica colorata. Ce ne sono tantissimi, per tutti i prezzi e per tutte le tasche, e tantissimi ragazzi si fermano a inserire una moneta e scartare il regalo appena preso.

lights of akihabara

Camminiamo lungo queste vie enormi per gran parte del pomeriggio: qualcuno la definirebbe una giornata inconcludente, io preferisco definirla una giornata di immersione in un mondo che mi è profondamente distante, e che probabilmente non riesco completamente a capire.

Dopo cena ci tuffiamo per l’ultima volta alla scoperta di una zona che probabilmente è unica nel suo genere: il Golden Gai, quartiere che un tempo era la sede del mercato nero, ma che adesso è diventato un labirinto di viuzze nelle quali vivono ammassati mille piccoli locali, ciascuno che contiene pochissimi posti a sedere. Rimaniamo un po’ estraniati, perché da un lato sembra che le persone che incontriamo non vedano di buon occhio la nostra presenza, dall’altro troviamo diversi cartelli scritti in inglese – una rarità, che invitano i passanti ad entrare.

Questa giornata è la prova che a Tokyo riescono a coesistere personalità multiple contrastanti tra loro: accanto ai luoghi di culto si stagliano edifici enormi pieni di divertimenti, in una spirale continua di contraddizioni che si alternano caotiche. Luoghi che cercano da un lato di conservare la loro tradizione, e dall’altro cercano di aprirsi anche a chi vuole immergersi in un’esperienza profonda.

Terminiamo i primi giorni di questo viaggio in Giappone salutando Tokyo con un arrivederci. Torneremo qui per capodanno, che nonostante debba arrivare pochi giorni dopo, in quel momento ci sembra distante e lontano.


ENG

5 days in Tokyo

It’s impossible to expect something from Tokyo. I realized this right after I started to organize the holiday, with a travel guide in one hand and internet in the other: there are a lot of different neighborhoods, and all of them are big enough to spend at least a day in every single one of them.

This feeling stayed with me even after eleven hours of flight. When I arrived at the train station in Tokyo, I felt a sense of confusion. I didn’t know if it was caused by jet-lag, high blood sugar levels or maybe by the impact with this huge metropolis.

Me and Nico got out the train with our backpacks. Our hotel is in the Shinjuku neighborhood, which is famous for its positions and the activities in there: shops, restaurants, bars. The streets do not make sense, and only with google maps on our phones we were able to reach our destionation.

shinj2

The first thing that I noticed about Tokyo is the people: they move like waves, light and fast, and even when they go in opposite directions, they flow following a rythm that I cannot hear. We let ourselves be dragged by the large mass, following the instructions in the map on our screens. Since the first moment, we were searching for points of reference, hoping that this place will become familiar for the next days.

Our hotel is bizarre and creative. Half hotel and half contemporary poor art exhibit, on the outside it’s a small three floors building, asymmetric. Across the street there is a vending machine: so it’s true that you can find them everywhere in this city.

On the inside, the walls are blue with little yellow lines: everything in it is so small, too small for two people. From the window we can see a baseball field, and the sound of it will be our clearest memory of these five nights here.

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Day one: Shinjuku

Our first afternoon here ran fast, as we wandered through the streets, curious about every single shop. There are a lot of them here, each one a different universe. Next to our hotel there is a kombini (which is the japanese word for “convenience store”) “7 Eleven”. It’s a small supermarket, and it will be our shelter for the next meals. In a couple of square meters there is so much food: onigiri, insta-ramen, sweets and candies, frozen food.

There are so many possibilities here in Shinjuku: malls, shopping alleys, bar with bizzare themes and entire buildings with vending machines and toy cranes (there are so many of them everywhere, and you can try to catch plushes but also food, action figures, shirts). I can’t believe there are so many people trying their luck here.

It was my first time seeing pachinko, a japanese version of our slot machine. I discovered that here in Tokyo there are entire buildings dedicated to this amusement – if you open the doors, you will be overwhelmed by the japanese pop music at high volume. There are a lot of people playing, eyes on the colorful machine. They don’t notice anything else.

The taste of my first days here in Japan is chewy rice and seaweed, pickled vegetables and round crackers with soy sauce. Diabetes won’t give me a rest even when I keep correcting high blood sugar. I have also many lows, but I tried to look at the bright side: I ate many kit-kat flavours. My favourite remains the banana one, which reminded me the candies that my mother used to buy when I was a child.

People seems to be so distant, and I would like to have more time to understand this culture. We met boys who wanted to takes us to the metro station when we were lost, old people smiling and girls running through the streets, diving in the caos of the city.

I felt distant, closed in a bubble: I kept wandering around, without following any route, as if this city cannot really exist, but it’s something that comes from my imagination.

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Day two: Asakusa / Shibuja

The second day we decided to be more prepared: we will visit the buddhist temple Senso-ji, in the Asakusa neighborhood. There is a market in front of it: it’s crowded, there are a lot of tourists but there are also a lot of japanese people. We went through the shops, while the vendors tried to get our attention shouting out loud.

I decided that it was time for my first tasting of japanese street food, so before arriving at the temple, I ate a mochi. It was the worst decision of all the holiday. The color was terrible, and the texture was even worse. This will be the cause of all my prejudices about japanese sweets. I had great expectations, I was wrong.

During our visit at the temple I was able to observe for the first time the gestures and the rituals of the buddhist tradition: washing hands and mouth with water, incense smoke, offering a coin and praying. It strikes me that there are a lot of similarities between our cultures, more than differences: even here I can feel familiar feelings of purifications, offering and asking something in exchange, gestures.

Even after the terrible experience that I had just few hours before, I decide to face again japanese food. I try out a senbei, a rice cracker with soy sauce and nori seaweed. It was satisfying, also because it was impossible not to win against the terrible bean-filled mochi.

We walked around the temple and we discovered a small street, where many people were eating in small restaurants – even outside, with winter temperatures and rain.

Despite the rain we decided that before dinner we wanted to see the popular Shibuya crossing: while we were waiting, the screens light on our faces, we got caught into the rain of colors and brightness.

One of the things that I noticed after two days here in Tokyo – which was particularly obvious here in Shibuya, it’s the music. In this city, music is everywhere. Especially in crowded streets, there is always a background noise, steady and pounding. It can be about commercials, and sometimes it’s only music, but it seems that nobody can rest from this. You are forced to watch, and even when you are not looking, you are forced to hear.

Do not get me wrong: Tokyo is amazing. It’s so beautiful that even the things that can feel oppressive and exaggerated become only a background. It’s a city with thousands of possibilities, and thousands of personalities.

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Day three: Ueno / Yanaka

Diabetes started to bother me on the third day in Tokyo. I realize that almost every single carb that I eat has a strong effect on my blood sugar levels. So me and Nico decided to walk to Ueno park. My travel guide says that this park is famous for the cherry blossom during spring, but I couldn’t imagine the place in any other way. It was cloudy and grey, and it was freezing. There are few people walking around, and it seems that the day didn’t want to start.

Many places were closed that day: it’s the emperor’s birthday. This was also the reason why we couldn’t see the imperal palace. In my memory, it will always be only a closed gate.

In the park there is the national museum and a zoo. We found also a small red temple, a huge contrast between the bulding and the gray sky. Despite the wind, many japanese have chosen the park to rest or to have lunch: many people eat fish skewers, bought in front of the national museum. I prefer an onigiri filled with pickles.

In the afternoon we went to Yanaka Ginza, a quite different neighborhood that seems to be not so well-known between tourists. The buildings are from the ’50, and the atmosphere here is colorful.

Before arriving there we made a little change of plans and we went to the Yanaka Cemetery, a huge area full with vertical graves. It’s one of the most quiet places in the city, and there were a lot of people walking. There’s no sadness, the cemetery is open to everyone and there were also people runninng around, and that’s a huge difference with our culture, based on respect and silence.

In some of the graves the incense is still burning; some people left tangerine oranges and candies. Even this time I can see many similarities between our cultures: the gestures and the gifts presented to the dead.

Here in Yanaka we finally find a real supermarket: we buy bananas and tomatoes, mostly because I couldn’t live anymore without fruit and veggies.
Actually, one of the bad side of these days in Japan was grocery shopping. Fruit and vegetables are so expensive, and it seems impossible to avoid plastic. Everything is wrapped in useless packaging.

Yanaka made me realize that anime are more realistic than I thought: do you remember how the streets are drawn, with twisted electric trellis? And the people, the way they move and walk? How many times we thought about the old japanese man, walking heavy with the arms crossed in the back?

This neighborhood seems to be an iper-realistic painting, in which we found another Tokyo: the one where every day is slow, far from skyscrapers, malls and huge shops.

This was one of the most beautiful places that we saw here in Tokyo: finally we found something beyond the appearance. It seemed that the skyscrapers were only a cover, something waiting to reveal the real face of normality.

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Day four: Akihabara / Golden Gai

Before we dedicated our last day in Tokyo to the discover of one of the most famous neighborhood of the city, we decided to spend some time in the famous Sengaku-ji, the temple in which there are the graves of the 47 ronin.

I did not know the mythology well, so I spent some time doing research about it in the metro. Before we arrived, I was expecting a magnificent temple, while it is actually a very simple and small one.

The atmosphere was calm and there were some curious walking around the internal yard. We were lucky enough to find a woman and a boy paying homage to the graves with incense smoke. They were leaning on each tomb, in silence, one hand raising towards the face. Somebody left candy, fruit and even energy drinks.

We spent our last afternoon here in one of the most crowded part of the city: Akihabara. This area attracts anime and manga lovers, but also turists like us. Even now I am still fascinated about this place, completely dedicated to amusement and fun.

Like every other neighborhood in Tokyo, it was impossible to escape from the music, the lights and the sounds. Between the buildings there are a lot of vending machines full of suprises, one for each character. Many people stopped to try to win a gift wrapped in a plastic bubble.

We walked through these streets during all afternoon. It’s a day without purpose, a full immersion in a distant world.

After dinner we took a walk in one of the most mysterious part of Shinjuku: Golden Gai. A while ago in these streets there was a black market, but now there are a thousand little restaurants and bars. They are tiny places, with only few chairs. On one hand it seems that the people are not happy about turists there, but on the other hand we found a lot of signs in english – which is actually rare in a place like this.

Tokyo is a city in which many possibilities coexist. We learned that on this last days: there are traditional spots, there are skyscrapers, there are quiet neighborhoods. It seems that Japan is trying to preserve its traditions, but in the meanwhile it also wants to open itself to the world. It’s a deep experience.

We ended the first part of our journey saying goodbye to Tokyo. We will be back here for New Year’s Eve, but in that moment it seemed a day so distant in the future.