Morgana, punti di vista

Prima di arrivare alla consapevolezza che le donne sono uguali agli uomini, tutte siamo passate per la convinzione che le donne degli uomini debbano essere migliori.

Premetto di non aver mai letto Le nebbie di Avalon di Mario Zimmer Bradley, né di essere particolarmente appassionata di genere fantasy. Però ho letto molto di Michela Murgia, e la seguo assiduamente nel suo tentativo di mostrare che il modo che abbiamo di raccontare il mondo è spesso limitante: quando si parla di donne, quando si scrive di donne, e quando di donne non si parla proprio, relegandole a mera cornice di trame in cui gli eroi sono sempre cavalieri e mai amazzoni. E’ soprattutto per questo motivo che ho letto L’inferno è una buona memoria, uscito qualche settimana fa, edito da Marsilio.
Da qualche mese a questa parte, Michela Murgia ha iniziato a mostrare sui social come la narrazione della cronaca contemporanea nei due principali quotidiani italiani fosse condotta unicamente da giornalisti maschi. Confrontando giorno per giorno le prime pagine, ha dovuto sopportare tutti quegli uomini che si sentivano in dovere di puntualizzare che i giornali non sono composti solo da una pagina, o ancora  che s’indispettivano, dicendo che forse di giornaliste brave non ce n’erano così tante.
Con queste premesse mi sono avvicinata a questo libro, e man mano che scorrevo le pagine mi rendevo conto di avere tra le mani non un semplice saggio, ma il racconto di una donna che femminista è diventata col tempo, scolpita dal mondo circostante, dalle letture, dalle parole. E’ questo che racconta, l’evoluzione lenta e la presa di consapevolezza che la prospettiva è tutto, e il nostro modo di vedere il mondo rispecchia spesso dei canoni tradizionali. L’incipit mi ha ricordato il Ted Talk in cui Chimamanda Ngozi Adichie, che con Michela Murgia aveva dialogato l’anno scorso al Festival di Letteratura di Mantova, spiegava i pericoli di un unico punto di vista. 
L’inferno è una buona memoria non è altro che il culmine di questo lavoro di ricerca e di questo spostamento di prospettiva, ma non è un punto di arrivo, quanto piuttosto il continuo tracciare con la penna il sentiero dell’essere donna, tra contraddizioni e contaminazioni.
La scrittrice dialoga con Le nebbie di Avalon, ma allo stesso tempo dialoga con noi, riflettendo quello che già sappiamo, e che magari non abbiamo mai avuto il coraggio di dire a voce alta. Perché siamo state cresciute così. Perché i libri che abbiamo letto continuavano a ripetercelo. E perché alla fine ce ne siamo convinte.