Un weekend in Toscana/Un romanzo russo


Per me tornare in Toscana è come tornare a casa. E stavolta ci torno leggendo Un romanzo russo (Adelphi, 2018) di Emmanuel Carrerè, mentre il sole mi brucia gli occhi e mi maledico per aver dimenticato a casa gli occhiali da sole.
Carrère, da quando l’ho letto per la prima volta con Il Regno, mi infastidisce e mi cattura allo stesso tempo. Mi infastidisce perché è sempre terribilmente reale e terribilmente finto; mi cattura per la capacità di tenere il lettore incollato alla carta anche quando parla delle sue storie d’amore come se fossero il centro del mondo, mentre in realtà sembrano le storie di un adolescente un tantino cresciuto. Il treno su cui viaggio è pieno, una ragazza non vuole mettere il suo bagaglio sulla cappelliera, dunque siamo costretti a sopportare la valigia che si muove liberamente nel vagone. La ragazza sembra un po’ russa, sembra un po’ fuori dal mondo. Potrebbe benissimo essere un personaggio del romanzo che sto leggendo.
Ciò che più mi colpisce di Un romanzo russo è che non ha niente a che fare con i grandi scrittori russi, dunque non vi aspettate i grandi classici da portarvi dietro di settimana in settimana, inizialmente nuovi nelle copertine e nelle pagine e col passare dei giorni sempre più rovinati; Un romanzo russo scorre in un pomeriggio o poco più o, come nel mio caso, in diverse ore di treno che mi separano dalla stazione di Livorno, e in diverse ore di ritardo che mi separano dal ritorno a casa.
Carrère parte da un prigioniero di guerra ritrovato per riscoprire il suo passato, o in particolare il passato di sua madre. Torna in Russia, cerca di imparare il russo, va incontro a tutte le frustrazioni tipiche di chi sta imparando una lingua; incontra personaggi surreali, gira un film reportage tristissimo e riesce a dargli un senso solamente dopo la tragica fine della protagonista.
Il mio fine settimana in Toscana viene per me scandito dai capitoli veloci, nei quali si rivolge direttamente a Sophie, o alla madre, o ancora scandito dal racconto erotico perfettamente pianificato che Carrère scrive per la sua compagna – cosa mai potrà andare male, se pianifichi che si debba masturbare in un treno affollato a un orario preciso, un giorno preciso, perché tu hai scritto un racconto mesi prima?
Quando torno in albergo, dopo una serata passata tra i lumini della festa più bella di Pisa, i deliri del fidanzato geloso Carrère mi accompagnano nel sonno. La Toscana per me è un po’ come affrontare il passato, come rivivere forzatamente qualcosa che mi appartiene e che è diventato così lontano da sembrare un lungo documentario senza capo né coda. Ed esattamente come il romanzo di Carrère non ha alcun fine se non la possibilità di chiedermi ancora una volta dove sto andando, cosa sto facendo, cosa farò domani.Forse anche per questo motivo, un po’, lo detesto. 

Si ringrazia la mia amica Aura, per le conversazioni particolarmente ispiratrici e per aver mangiato solamente insalata per due giorni a causa del mio diabete.