Un weekend a Budapest, Ungheria


 
Budapest è esattamente come te l’aspetti.
Divisa in due dal Danubio, presa d’assalto dai turisti italiani durante il ponte del 25 aprile. Ci riconosciamo sempre, tra italiani; la ragazza accanto a me in aereo è ungherese, e lo capisco dai sottotitoli dell’anime coreano che guarda per tutta la durata del volo. Non mi rivolge mai la parola.
Continuo a scrollare le spalle per tutti i venti minuti di autobus che separano l’aeroporto dal centro. Tutto ciò che vedo è la periferia piatta e noiosa, ricoperta di cemento, costruzioni brutte alternate da pubblicità di multinazionali non-ungheresi.
La metropolitana vicino al nostro appartamento è logora e asimmetrica. La gente urla frasi per noi incomprensibili. 
L’ungherese è davvero la lingua più difficile tra tutte le lingue? Questa è, secondo la mia guida cartacea, la domanda da non rivolgere mai agli ungheresi, che sono stanchi di sentirselo chiedere. Probabilmente, a meno che voi non facciate la domanda in ungherese, nessuno di loro capirebbe.
La cugina del proprietario dell’appartamento ci accoglie in strada; ci stringiamo in ascensore, cercando di respirare il meno possibile.
Di tutto il palazzo, il chiostro interno e la scalinata sono le parti che mi regalano le gioie più inaspettate di tutta la vacanza: stendini di plastica, mattonelle che ormai hanno ceduto al tempo che passa, un bambino biondo che mi fissa al di là della rignhiera. Vorrei dirgli qualcosa, ma non lo vedrò più per tutti i giorni successivi.
In casa tutto è arredato Ikea. L’esperienza della quotidianità turistica in Ungheria si trasforma improvvisamente in una quotidianità conosciuta, familiare. A distanza di giorni dal mio ritorno, mi rendo conto che quel palazzo e quell’appartamento sono il ricordo più bello che mi è rimasto della città. Uno scorcio di vita nel quale mi sento improvvisamente estranea.
Gli ungheresi non sorridono. La Galleria Nazionale è chiusa per lavori, e lo scopriamo solamente una volta arrivati di fronte al portone. La sinagoga è cara, la guida superficiale, il parlamento è maestoso ma non si possono scattare foto alla corona di Santo Stefano, né alla stanza in cui si trova. Fa troppo caldo, non sono pronta ad affrontare la primavera in un paese dell’ex blocco sovietico.
Nonostante questo, Budapest è bellissima. Persino le vie dello shopping, che si ripetono uguali in qualsiasi capitale europea e non, sembrano qui ricoperte dall’alone di malinconia che investe la vita. Riusciamo ad andare prestissimo alle terme, al mattino, quando non c’è nessuno. Fuori il Danubio scorre lento, il cibo non è male, il parlamento è meraviglioso, il bastione dei pescatori viene preso d’assalto dagli autoscatti, mentre dentro la Chiesa di Mattia un gruppo di bambini canta, facendo rimbombare le voci acute lungo tutte le navate. Una sera piove e la città è deserta.
Quando andiamo via, lasciamo la chiave dell’appartamento nella cassetta della posta. Il pullman fa tantissime fermate intermedie, lasciando e prendendo gente in mezzo a distese di campi, chilometri di nulla. Il controllore fa una multa a due ragazzi che non hanno pagato il biglietto; loro parlano fitti fitti, in italiano, forse si vergognano un po’ della situazione. 
La gente continua a salire e scendere, mentre ripenso allo strudel con la ricotta e quasi riesco a sentirne il sapore  dolciastro in gola,  finché non arriviamo in aeroporto e veniamo investiti da un vortice di internazionalità che pone definitivamene fine alla nostra vacanza sognante.